Una generazione disincantata

La mia generazione è nata mentre il muro di Berlino cadeva ed il mondo festeggiava l’inizio di una nuova era, la fine delle guerra fredda, il mondo finalmente riunito, l’Unione Sovietica cadeva pezzo dopo pezzo, le televisioni mostravano immagini di sconosciuti che ballavano e si abbracciavano sulle macerie del muro. Siamo nati in un clima di gioia, di rinascita e di speranza per il futuro.

Mentre imparavamo a camminare, un altro crollo scuoteva l’Italia, quello della Prima Repubblica, quando Mani Pulite smascherò la corruzione ed il clientelismo della classe politica al comando. Prima ancora di togliere le rotelle dalla bicicletta, nelle nostre menti ancora malleabili si infondeva l’idea che la politica fosse solo una cosa sporca, disonesta e corrotta.

La mia generazione imparò a pronunciare la parola “mafia”, prima di tante altre, ancora senza capirne il significato, ma sapendo che faceva saltare in aria le automobili dei magistrati.

Eravamo appena adolescenti quando entrò nelle nostre vite Berlusconi, insieme a programmi trash, donne svestite e “bunga bunga” in prime time. Mentre crollavano le torri gemelle noi eravamo lì a guardare il Grande Fratello e a fare il tifo per Pietro Taricone, Marina La Rosa o Salvo il pizzaiolo.

Siamo la generazione che è scesa in piazza solo quando l’Italia ha vinto il mondiale di calcio e che nelle ore dell’assemblea d’istituto andava al cinema perché tanto non c’era niente di cui parlare. Abbiamo visto in tv l’ascesa del terrorismo e assistito alle guerre in Iraq e in Afghanistan mentre dibattevamo sulla scelta di Costantino a Uomini e Donne, programma che ci ha insegnato che se sei donna, la cosa importante è che tu venga scelta da un uomo, altrimenti non sei nessuno.

La mia è stata l’ultima generazione che ha comprato con le Lire, la prima che ha mangiato un Big Mac e che ha comprato vestiti scadenti usa e getta da catene internazionali che sfruttano la manodopera a condizioni disumane.

La più grande invenzione della mia generazione è stata Facebook che, per chi non lo sapesse, è nato dalla mente di un tipo che, lasciato dalla fidanzata, decise di vendicarsi facendo una classifica online, con tanto di votazione, delle ragazze più fighe dell’università.

Noi siamo la generazione che ancora faceva le ricerche sull’enciclopedia e che per sapere qualcosa sul sesso doveva leggere di nascosto i giornaletti di Cioè. Al posto dei Queen e dei Beatles, ascoltavamo i Backstreet’s Boys e le Spice Girls e siamo stati segnati da film di altissimo livello come “Tre meri sopra il cielo”.

La mia generazione frequentava ancora le medie quando Bossi definiva i meridionali “terroni di merda” e la Lega cominciava la sua ascesa, capitalizzando le paure, alimentando la rabbia e la xenofobia per alimentare il suo consenso.

Alla mia generazione è stato insegnato che quello che importa sono i soldi, lo status symbol, il gradimento sociale. Noi siamo quelli che per Natale chiedevano il game boy, la Playstation o le scarpe della Nike e che si sono accapigliati davanti al negozio della Apple quando è uscito il primo modello di smartphone. Non abbiamo mai lottato per la liberalizzazione sessuale (come hanno fatto le generazioni prima di noi) o per il cambiamento climatico (come stanno facendo le nuove generazioni), e non sappiamo niente della storia del mondo dopo la seconda guerra mondiale.

Siamo andati all’università, perché ci è stato detto che è fondamentale avere una carriera, perché solo così avremmo avuto successo nella vita. I nostri genitori, cresciuti nel pieno del boom economico e del benessere degli anni ’70 e ’80, ci hanno convinti che, come era successo a loro, avremmo avuto una famiglia, un posto fisso, una macchina in garage e una seconda casa al mare. E noi ci abbiamo creduto. Ci siamo laureati, abbiamo preso master e fatto dottorati e quando siamo entrati finalmente nel mondo del lavoro, la realtà ci ha colpito come un grosso schiaffo in faccia, la finanza è crollata e di fronte a noi si è aperto solo un enorme baratro chiamato “crisi economica”.

E poi, all’improvviso, siamo stati chiamati “bamboccioni”, “fannulloni”, “incapaci”. Ci siamo sentiti dire che non abbiamo voglia di lavorare, che siamo dei “mammoni”, che pretendiamo troppo, dobbiamo essere più umili, andare a zappare la terra, farci le ossa. Improvvisamente tutto è ricaduto su di noi: la crisi economica, la crisi occupazionale, la crisi climatica. Ma chi è stato a farci crescere senza valori? Chi si è dimenticato di insegnarci i diritti, il rispetto per l’ambiente, l’equità e la giustizia?

Adesso la mia generazione, la generazione dei cervelli in fuga e degli stage-schiavitù, è stata definita dai sociologi la “lost generation“, la generazione perduta, perché siamo cresciuti senza punti di riferimento, perché mentre noi crescevamo, il mondo perdeva tutti i valori e le ideologie. Siamo soli, destinati ad una vita precaria e senza stabilità, siamo la prima generazione che sarà più povera dei propri genitori.

Viviamo in un mondo virtuale, in cui contano solo i “followers” e i “likes“. Ci spaventano le relazioni serie, siamo diventati “impegnofobici“. In una società in cui tutto è usa e getta, anche l’amore è diventato un bene di consumo, e con Tinder abbiamo creato il perfetto mercato della carne.

Siamo dominati dall’apatia e dal disincanto, abbiamo perso la voglia di cambiare il mondo, o semplicemente non l’abbiamo mai avuta perché siamo stati una generazione privilegiata, che non ha avuto bisogno di lottare per i suoi diritti. Ma adesso questa generazione disincantata, che ha perso la capacità di sognare, deve capire che è arrivato il momento di reagire. Questo sentimento di rassegnazione e di disillusione non fa che alimentare le nostre ansie e paranoie, ci isola, ci separa, ci svuota.

La mia generazione deve capire che è fondamentale per le generazioni future, perché è una bugia quello che ci dicono, che le cose stanno come stanno. Le cose stanno come noi permettiamo che stiano. Il mondo cambia quando noi cambiamo e per questo bisogna credere che il cambiamento è possibile, ma è possibile solo a partire da noi. Per questo è necessario che la mia generazione ritorni a credere in un futuro migliore, a farsi emozionare dal mondo e a ritrovare l’incanto della vita.

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