Florianopolis: il Brasile ed un viaggio da incubo

Sapete il detto: “non c’è mai fine al peggio”? A me è venuto in mente ripensando al mio viaggio a Florianopolis, anche conosciuta dai brasiliani come “a ilha da magia”, cioè l’isola della magia. Non so perché la chiamino così, per me è stata piuttosto un’isola degli incubi o delle disgrazie, comunque decisamente poco magica, o almeno non in senso positivo. A pensarci bene, ora mi sembra quasi impossibile, cioè statisticamente parlando, quante probabilità ci sono che tutto, ma proprio tutto vada male in una vacanza? E per “male” intendo un susseguirsi di eventi nefasti per dieci interminabili giorni: dalla tempesta peggiore degli ultimi anni, ad un avvelenamento causato da un batterio per terminare con un attraversamento clandestino della frontiera. In fondo un po’ me lo sentivo, già da prima della partenza, ma io sono pessimista per natura, quindi ho cercato di ignorare le mie sensazioni negative, anche se per una volta avrei fatto meglio ad ascoltarle.

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Tutto ebbe inizio a gennaio del 2018, in piena estate australe, quando mi ritrovai improvvisamente da sola nel mio appartamento di Buenos Aires, senza aria condizionata, con un caldo umido che scioglieva l’asfalto e senza nessun piano per le ferie. Avevo voglia di andare su qualche isola tropicale, spalmarmi su una spiaggia e non muovermi più, ma avevo pochi risparmi e nessuno con cui andare. Così per la prima (ed ultima) volta, mi affidai ad un’agenzia online che organizza viaggi di gruppo per giovani tra i 18 ed i 35 anni. Optai per questa scelta sia per conoscere nuova gente, sia perché non avevo voglia di pianificare nulla, in questo modo non avrei dovuto pensare a hotel, voli, escursioni, e per una volta mi sarei affidata completamente a qualcun altro. Ora, col senno del poi, so che è un tipo di viaggio che non fa per me, a prescindere da ogni inconveniente.

Così, il 20 gennaio 2018 salii su un autobus insieme ad una trentina di sconosciuti, tutti argentini, diretto a Florianopolis, capitale dello stato brasiliano di Santa Catarina. Piccolo dettaglio: il viaggio via terra dura circa 25 ore (Florianopolis si trova a più di 1400 chilometri da Buenos Aires). Il perché io abbia deciso volontariamente di fare mille mila ore in autobus piuttosto che due in aereo, rimane ancora un mistero (probabilmente è stata una scelta basata sul risparmio, anche se non credo che la differenza di prezzo fosse molta, in cambio la differenza in comodità era enorme, ma allora non mi sembrava importante e credevo di aver fatto l’affare del secolo). Nonostante i sedili dell’autobus fossero abbastanza comodi e completamente reclinabili, non riuscii a dormire per tutto il viaggio di andata e le 25 ore furono pesanti come macigni!

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Paso de Los Libres, frontiera tra Argentina e Brasile. Ingresso a Rio Grande do Sul

Ricordo che attraversammo il grande ponte che collega il continente brasiliano all’isola di Santa Catarina a notte fonda, tra le grida di gioia ed i sospiri di sollievo di tutti i miei compagni di viaggio e pochi minuti dopo l’autobus si fermava davanti al nostro albergo al nord di Florianopolis, nel quartiere di Canasvieiras. Una volta in hotel si presentò il primo imprevisto: nonostante l’agenzia avesse assicurato che non saremmo stati più di quattro persone per camera,  scoprimmo che non c’erano abbastanza camere per tutti, quindi in alcune stanze, tra cui la mia, saremmo stati addirittura in dieci! Immaginate dieci persone che non si conoscono, sistemate in una camera pensata per quattro, con reti e materassi buttati per terra e, cosa importantissima (ricordatevi questo dettaglio fondamentale), un unico bagno! Purtroppo non ci fu modo di trovare delle soluzioni alternative, quindi ci rassegnammo a diventare intimi molto in fretta. Cercai di non farmi rovinare la vacanza da quel piccolo inconveniente, dall’indomani avrei pensato solo a raggiungere un’abbronzatura perfetta, mi aspettavano un mare cristallino e spiagge bianchissime e non vedevo l’ora!

Dormii poco, per la seconda notte consecutiva, perché la sveglia suonò prestissimo, l’autobus ci stava aspettando per portarci ad una delle spiagge più famose di Florianopolis: Praia dos Ingleses. Quando uscimmo dall’hotel il cielo non prometteva nulla di buono, grandi nubi nere si stavano avvicinando pericolosamente dal continente ed un vento caldo, anomalo, si stava alzando, cominciando a diventare fastidioso. Arrivammo in spiaggia mentre già cadevano le prime gocce di pioggia, il mare era agitato ed il sole era scomparso. Nel giro di pochi minuti, giusto il tempo di stendere i teli e toglierci i vestiti, scoppiò il putiferio. La pioggia cominciò a scendere fittissima, il vento faceva volare gli ombrelloni e le sdraio, la gente correva alla ricerca di un rifugio. Raccolsi le mie cose e mi fiondai insieme ad altri nel bar più vicino, sperando che fosse solo un temporale passeggero. “Tranquilli!” ci dicevano, “passa subito!” Piovve per ore. Che dico ore, piovve per giorni.

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Le strade dell’isola impiegarono poche ore per allagarsi completamente, l’acqua risaliva dai tombini e l’autobus non riuscì ad avvicinarsi al nostro hotel per il caos che si era creato in centro. Nei 500 metri che dovemmo fare a piedi dal punto in cui ci aveva lasciato il bus all’albergo, mi inzuppai completamente. Ero immersa in un’acqua fangosa fino alle caviglie dove camminare con le infradito era praticamente impossibile, tanto che ad un certo punto decisi di toglierle ed andare scalza. Piovve ininterrottamente per tutta la serata, provocando non pochi danni e smise solo per poche ore la mattina seguente. Temporali violentissimi si alternarono a mattinate di sole cocente per tutto il resto del tempo che rimanemmo sull’isola. Fummo costretti a rinunciare a moltissime spiagge che avevamo in programma perché inaccessibili e la parte sud dell’isola fu evacuata. Pensavo che il peggio fosse passato, ma la sorte non aveva ancora girato e la tormenta fu solo l’inizio di una serie di altre “sventure” (qui racconterò in breve solo le più tragiche, ma sappiate che non furono le uniche). La seconda notte sull’isola mi svegliò una mia compagna di stanza che saltò giù dal letto per precipitarsi in bagno. Non mi preoccupai, pensando che avesse esagerato con le “caipirinhas“. Mi sbagliavo. Altre persone iniziarono a sentirsi male e nel giro di qualche ora la mia stanza (e non solo la mia) diventò un film dell’horror. Vi risparmio i dettagli, vi basti sapere che ben sei persone terminarono al pronto soccorso (vi ricordo che in camera eravamo in dieci con, scusate l’insistenza, un solo bagno!) A quanto pare, a causa delle piogge, l’acqua sporca era finita in mare, causando, a tutti coloro che si erano tuffati, un’intossicazione per causa di un batterio. Fortunatamente, per una volta, avevo dato ascolto alla mia vena negativa e pessimista rifiutandomi di mettere anche solo un dito del piede in mare, visto il colore non proprio invitante dell’acqua, salvandomi così dall’intossicazione.

Nei giorni che seguirono riuscimmo a visitare, tra un temporale e l’altro, alcune spiagge: Praia de Canasvieiras, Jurere Internacional, Praia do Forte, Praia do Santinho, Praia Cachoeira do Bom Jesus. Le spiagge di Florianopolis sono tutte caratterizzate da sabbia finissima e bianca e, in condizioni meteo normali, da un mare trasparente. Purtroppo io lo vidi sempre agitato e sporco, ma la bellezza del paesaggio caratterizzato dal contrasto tra il verde dei rilievi montuosi ed il blu dell’oceano, mi ripagò sicuramente di tutte le sventure passate.

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Jurere Internacional
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Praia do Forte
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Cachoeira do Bom Jesus
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Cachoeira do Bom Jesus

Uno dei miei posti favoriti fu Barra da Lagoa. Si tratta di un villaggio di pescatori che sorge sul canale che collega l’oceano Atlantico alla laguna dell’isola: la Lagoa da Conceição. Consiglio vivamente di fare una passeggiata per la stradina che, passando attraverso il villaggio, sale fino ad un punto panoramico da cui si ha una vista mozzafiato sull’oceano circondato dalle montagne del Brasile. Uno spettacolo da non perdere.

Poco lontano dalla costa, nel mezzo della foresta dell’isola, c’è un piccolo paradiso naturale. Si tratta della Cachoeira do Poção, una cascata di circa 7 metri di altezza, che si tuffa in una piscina naturale, circondata da alberi e piccoli torrenti. Il paesaggio è molto suggestivo; noi trascorremmo una mattinata passeggiando per i sentieri che seguono il torrente ed i più intrepidi, tuffandosi dalle rocce più alte della cascata.

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Il resto della vacanza trascorse tra discoteche e feste in maschera. Infatti Florianopolis è famosa per la vita notturna, che la rende la meta prediletta di giovanissimi, soprattutto adolescenti, provenienti principalmente dalla vicina Argentina. Io, sinceramente, ne avrei fatto volentieri a meno, ma dal momento che si trattava di un viaggio organizzato, non avevo molta scelta, è proprio quello il bello (ed il brutto) dei viaggi di gruppo, si tratta appunto di fare tutto insieme agli altri e gli altri volevano andare in discoteca! (Anche se, ad essere del tutto onesta, un paio di volte rimasi a dormire in albergo)

Come se il destino avesse voluto prendersi gioco di noi, salutammo Florianopolis 10 lunghissimi giorni più tardi, con un sole che spaccava le pietre ed un cielo limpido come mai lo avevamo visto durante tutta la vacanza. Salii in autobus, presi posto preparandomi per le 25 ore di viaggio fino a Buenos Aires e mi rilassai, in fondo cos’altro sarebbe potuto succedere? Mi addormentai esausta. Mi svegliai molte ore dopo quando, ormai a notte inoltrata, la polizia di dogana ci fermò alla frontiera con l’Argentina. “Passaporti!” ci gridarono dalla porta dell’autobus. Qualcuno raccolse tutti i nostri documenti e li consegnò alla polizia. Mi sembrò un procedimento strano, visto che all’andata eravamo scesi tutti e uno ad uno avevamo mostrato il nostro documento che era poi stato appositamente timbrato. In questo caso, ci dissero, non c’era bisogno di scendere, avrebbero timbrato i passaporti e ce li avrebbero restituiti poco dopo. Così non mi preoccupai, l’autobus rimase fermo alla frontiera pochi minuti e poi ripartì. Circa un’ora dopo, ormai in territorio argentino, ci fermammo ad un autogrill e l’autista ci restituì i nostri documenti. Il mio era l’unico passaporto europeo, lo aprii, ansiosa di vedere i nuovi timbri ed andai diretta all’ultima pagina, ma… sorpresa! Non c’erano. Cominciai a sudare freddo. L’ultimo timbro che vedevo era quello di 10 giorni prima, che segnalava il mio ingresso in Brasile. Voltai pagina, vuota. Cominciai a sfogliare nervosamente tutte le pagine del mio passaporto ma non c’era traccia dei timbri che avrebbero dovuto indicare la mia uscita dal Brasile ed il mio ingresso in Argentina. Andai dall’autista a chiedere spiegazioni, il quale l’unica risposta che seppe darmi, alzando le spalle, fu: “probabilmente gli è sfuggito, non succede niente”. Ricordo ancora perfettamente il disinteresse e la mancanza di empatia con la quale il signore, che evidentemente non riusciva a capire la gravità della situazione,  mi restituì il passaporto, ed in effetti non era un suo problema il fatto che io fossi diventata improvvisamente una clandestina in Argentina, o il fatto che rischiassi di venire multata o peggio arrestata per non avere alcuna prova che attestasse il mio ingresso nel Paese per vie legali. Improvvisamente mi sentii svenire, “dobbiamo tornare indietro!” Cominciai a gridare all’autista; “no, è impossibile”, mi rispose calmo. Nella mia testa iniziarono a prendere forma immagini sempre più realistiche in cui io venivo arrestata all’aeroporto senza poter rientrare in Italia e trasportata in un commissariato di polizia. A niente servì insistere. Ormai lontani dal confine, in piena notte, fermi in un autogrill chissà dove al nord dell’Argentina, non si poteva fare nulla. L’unica soluzione, mi disse cercando di tranquillizzarmi, sarebbe stata recarmi al consolato italiano non appena arrivati a Buenos Aires. Così mi rassegnai e continuai il viaggio in preda all’angoscia. Ore dopo, stanca, debole ed anche un po’ esaurita, scesi finalmente dal bus e posi fine al viaggio più lungo, estenuante e sventurato della mia vita nell’unica maniera possibile: in un ufficio del Centro Immigrazione del governo argentino, dove dopo circa cinque ore di fila, seduta per terra in compagnia di immigrati per lo più venezuelani, boliviani e paraguaiani, riuscii finalmente a risolvere il problema della mia clandestinità. Non male come primo viaggio in Brasile, no?

 

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