Un museo per la memoria a Buenos Aires, la ex ESMA

Nella zona Nord di Buenos Aires, a pochi passi dallo stadio Monumental, dove nel 1978 l’Argentina vinse, non senza polemiche, la coppa del mondo di calcio, si trova il grande complesso dell’ESMA (Escuela Mecanica de la Armada), la Scuola Tecnica Militare, che dal 1976 al 1983 fu il più grande centro di detenzione illegale e di tortura dell’ultima dittatura militare del paese. Di qui sono passate circa 5.000 persone delle quali solo 500 ne uscirono vive. Mentre tutti erano concentrati sul calcio, e tutti i media e le televisioni del mondo erano a Buenos Aires per coprire l’evento, a meno di 600 metri dallo stadio, funzionava un vero e proprio lager con torture ed uccisioni. Oggi la ex ESMA è stata trasformata in un museo per la memoria, la promozione e la difesa dei diritti umani.

Tutti sappiamo cosa significa “desaparecido”, una parola che è entrata a fare parte del linguaggio quotidiano anche in Italia, ma della quale troppo spesso si ignora il peso che porta con sé. Cercherò di essere molto cauta nel parlare di questo tema, dal momento che la ferita della dittatura è ancora aperta in Argentina, molti processi per individuare i colpevoli sono ancora in corso e risulta difficile capire bene cosa sia successo in quegli anni bui, soprattutto per il voto di silenzio stipulato dai militari e mantenuto ancora oggi. Infatti la giunta militare argentina portò avanti la propria attività di repressione all’impronta della segretezza. I sequestri avvenivano spesso durante la notte con camion e macchine senza targa, da uomini in borghese. L’idea di far scomparire le persone fu strategicamente brillante, da una parte paralizzava la famiglia, e aumentava il terrore dal momento che nessuno era in grado di fornire notizie in merito alle persone sequestrate, dall’altra toglieva ogni evidenza all’informazione: la mancanza di immagini e di informazioni metteva in dubbio l’esistenza stessa della repressione.

Le persone sequestrate, di solito giovani tra i 16 ed i 30 anni, venivano condotte, ammanettate e incappucciate, in uno dei centri di detenzione, che in Argentina erano circa 500. La ESMA era il più grande di questi centri e, al contrario di quanto si possa immaginare, non era situata in un posto segreto o nascosto. Questa fu la prima cosa che mi colpì quando andai a visitarla. La ESMA è un centro enorme, composto da varie palazzine e si trova in un grande viale alberato, sotto lo sguardo di tutti, circondato da palazzi residenziali e, come accennavo prima, a pochi metri dallo stadio in cui si allena la squadra del River Plate. Inoltre la scuola militare ha continuato a funzionare per tutti gli anni della dittatura, infatti solo due piani dei 16 ettari di terreno vennero utilizzati per la detenzione dei sequestrati, mentre nel resto degli spazi continuava a scorrere la vita quotidiana dei militari. I prigionieri venivano condotti, incappucciati, fino al sottotetto, nella zona chiamata “Capucha”, una zona angusta e lugubre, senza finestre, senza aria e senza bagno, dove i detenuti rimanevano in isolamento, costantemente incappucciati (da cui il nome Capucha= cappuccio) e con le mani legate, in modo da non poter mai sapere chi ci fosse al loro fianco. Accanto alla zona di detenzione, vi era la sala delle torture chiamata Capuchita, situata di proposito lì accanto in modo che gli altri della camerata potessero sentire le urla e percepire il momento in cui stesse per arrivare il proprio turno: soffocamento, percosse e scariche elettriche, ma non solo. A tutto questo si sommava la tortura psicologica: i personaggi più di spicco come professori o giornalisti erano obbligati a lavorare contro i loro ideali, e costretti a pubblicare articoli falsi a favore del governo, o dare informazioni sbagliate alla stampa estera. Come il caso di Lisandro Raúl Cubas, giornalista sportivo, tenuto prigioniero nella ESMA e costretto a lavorare nell’area della stampa. In questo contesto, durante i mondiali del ’78 venne mandato dai militari ad intervistare il CT della nazionale di calcio, ma temendo per la sua vita, non svelò mai che era tenuto prigioniero. Dopo l’intervista fu riportato all’ESMA dove rimase fino al 1979 quando venne rilasciato. Accanto alla camerata Capucha, vi era poi una zona per le donne incinta. Le donne venivano fatte partorire in una sala minuscola, incatenate a terra ed incappucciate. Oggi, sul pavimento di quella stanzetta si legge: “Come era possibile che in questo luogo nascessero bambini?” Eppure è così, si stima che 40 bambini siano nati nell’ESMA.

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Stanza del parto. Oggi una scritta sul pavimento chiede: “Come era possibile che in questo luogo nascessero bambini?”

Il mercoledì era il giorno del “traslado”, così lo chiamavano: “il trasferimento”, in modo che i prigionieri restassero con la vana speranza di salvezza. Il “traslado” invece, consisteva nei tristemente famosi “voli della morte”. I prigionieri venivano narcotizzati e caricati su degli aerei, una volta sopra il Rio de la Plata venivano buttati in acqua, ancora vivi. Dopo che iniziarono ad emergere i primi corpi spinti dalle onde fino alle coste argentine o dell’Uruguay, i militari iniziarono a zavorrare i prigionieri, in modo che restassero sul fondo dell’oceano, scomparendo per sempre. Desaparecidos, appuntoperché non si è parte dei vivi e nemmeno dei morti, i famigliari non avranno mai un corpo da seppellire o da piangere.

Mentre percorrevo le stanze dell’ESMA, e leggevo le storie dei prigionieri, molti dei quali hanno lasciato delle tracce sui muri, nomi, disegni, in modo da lasciare un segno del loro passaggio, nella mia testa non smetteva di ronzarmi l’incipit di “Se questo è un uomo” di Primo Levi. “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo”, e mi chiedevo: perché negare così l’esistenza di un uomo? Farlo scomparire, è una cosa atroce, non solo ucciderlo, ma voler cancellare ogni traccia del suo passaggio su questa Terra. L’unico appiglio che ci resta, l’unico modo per evitare che la loro storia venga cancellata, si chiama Memoria. Ed è proprio per questo che oggi la ex ESMA si chiama Spazio della Memoria, per ricordare tutto ciò che è stato commesso e perché non si ripeta mai più: NUNCA MÁS è infatti il nome del rapporto terribile sui desaparecidos stilato nel 1984 dalla CONADEP, Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas (Commissione Nazionale sulla Scomparsa delle Persone).

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Ingresso dello Spazio della Memoria
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Nel “Parco della Memoria” a Buenos Aires, è stato costruito in monumento in ricordo di tutte le vittime della dittatura.

Oggi l’edificio dell’ex ESMA è prova processuale, e all’interno del complesso vi lavorano diverse organizzazioni di Diritti Umani, tra queste si trova la sede delle  Madres de Plaza de Mayo, le madri che ancora oggi, in segno di protesta, marciano ogni giovedì di fronte alla casa del governo a Buenos Aires, con i loro fazzoletti bianchi, diventati ormai un simbolo di resistenza e le Abuelas de Plaza de Mayo, l’associazione delle nonne, che da anni lavorano per ritrovare i nipoti nati in prigionia. Quando una prigioniera partoriva, il neonato veniva subito dato in affidamento ad una famiglia di militari, o amica del regime. Così moltissimi bambini in Argentina sono cresciuti senza identità, senza conoscere le proprie origini. Quando le madri, che cercavano le proprie figlie scomparse, hanno capito che non le avrebbero mai più ritrovate, iniziarono a sperare di riuscire a ritrovare almeno i loro nipoti. Così nel 1997 iniziarono una campagna di sensibilizzazione chiamata “Sai chi sei?” rivolgendosi direttamente ai loro nipoti, ormai quasi ventenni, e facendo in modo che un’intera generazione si interrogasse sulla propria storia. “No te quedes con la duda!”, “non rimanere con il dubbio!” questo era lo slogan, “se sei nato tra il ’76 e l’83 ed hai un dubbio, meglio chiedere alle nonne!” Attraverso un’analisi del DNA avanzata, viene stabilito l’indice di “abueldad” cioè di “nonnità” e se un ragazzo risulta nipote di una delle nonne, lei ne acquisisce immediatamente i diritti famigliari, la persona può decidere di cambiare cognome e ritornare nella sua famiglia d’origine. Ad oggi sono stati ritrovati 128 nipoti. Durante il periodo in cui vivevo a Buenos Aires, ho avuto la fortuna di conoscere Estela De Carlotto, la presidentessa delle Abuelas. La sua storia, benché terribile, ha un lieto fine, dopo aver saputo che sua figlia, prima di essere uccisa in un centro di detenzione del regime militare, aveva dato alla luce suo nipote in prigionia, Estela non si è arresa finché non lo ha ritrovato ben 36 anni più tardi. Nel 2008 e nel 2010 l’organizzazione delle Abuelas è stata nominata per il premio nobel per la pace.

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In una strada della capitale un cartello recita: “Si vede che uccidere non è peccato quando l’assassino è lo Stato”.

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