Ricordi di Bogotà

Ricordo che atterrai all’aeroporto “El Dorado” di Bogotà in un plumbeo pomeriggio di Febbraio ed uscii in strada, un po’ disorientata per il viaggio, trascinandomi dietro ben due valigie enormi da 23 chili l’una. Non faceva così freddo come mi ero immaginata, dopotutto Bogotà viene definita “il frigorifero della Colombia”, a causa delle sue temperature mediamente basse, rispetto al resto del Paese, che si trova appena sopra l’equatore. Ricordo che la prima cosa che notai fu il cielo, scuro e coperto da una bassa foschia. Pensai che fosse in arrivo un temporale, invece no, come appresi nei giorni successivi, si trattava del tipico cielo di Bogotà, nebbioso, a tratti grigio e coperto da grandi nubi minacciose. Ricordo poi che nel giro di pochissimo tempo, la giornata cambiò, un sole cocente apparve improvvisamente facendo capolino tra le verdi montagne delle Ande, obbligando tutti a togliersi le giacche, riporre gli ombrelli e a tirar fuori gli occhiali da sole. Incredibile, in poco meno di un’ora le temperature si erano alzate di diversi gradi! Mi sarei dovuta abituare presto al clima variabile della città che nasce sulla Cordigliera Orientale delle Ande a 2640 metri sul livello del mare. Questa infatti sarebbe diventata la mia casa per i cinque mesi successivi.

Lo so già cosa state pensando, probabilmente vi attanaglia lo stesso dubbio che più o meno chiunque sia venuto a conoscenza della mia destinazione ha sentito il bisogno di esprimere, e cioè: “ma non è pericolosa la Colombia?”  Capisco che la domanda sorge spontanea, a causa della fama non proprio positiva che precede il Paese sudamericano praticamente da sempre: narcotraffico, guerriglia, rapimenti, criminalità organizzata, povertà, violenza… sembra che tutti i mali del mondo si siano concentrati qui. Non nego che tutto questo esista, ma io fortunatamente ho conosciuto solo l’altra faccia della Colombia, quella fatta di colori, musica e gente allegra e disponibile (ho scritto anche un articolo al riguardo: Colombia: l’unico rischio è quello di non volersene più andare) Che le cose stiano cambiando nella capitale colombiana lo dimostra anche il fatto che la rivista americana Forbes l’abbia inclusa tra le 10 destinazioni imperdibili del 2019 (The 10 coolest places to go in 2019).

La mia esperienza a Bogotà è cominciata nel colorato quartiere della Candelaria, il centro storico della città, in un simpatico ostello con le amache al posto dei divani, dove ho alloggiato per un paio di settimane mentre cercavo un appartamento dove potermi trasferire definitivamente. La Candelaria è il cuore della città, un susseguirsi di case di epoca coloniale spagnola, murales coloratissimi e stradine acciottolate che si inerpicano sulla montagna e che offrono degli scorci pazzeschi, tra palazzi in stile barocco ed art déco. Ad ogni angolo si possono trovare tipici caffè, come quelli della famosa catena Juan Valdéz, il miglior caffè colombiano (e la più gustosa torta di banana che abbia mai mangiato), e numerosi centri culturali.  Artisti, intellettuali e scrittori hanno scelto infatti questo “barrio” per lavorare e vivere, riempiendolo di centri di cultura, biblioteche e teatri. Nel giro di pochi passi si incontra il Museo dedicato a Botero – 500 mila visitatori l’anno -, la Biblioteca Luis Angel Arango con 4 milioni di volumi e il Centro Culturale dedicato a Gabriel Garcia Marquez: uno spazio urbano, in cui la cultura colombiana emerge in tutta la sua vivacità. Ricordo che rimasi colpita dalla grande quantità di bancarelle di frutta che si trovano praticamente ovunque. Signore più o meno giovani o signori con indosso il tipico sombrero colombiano, gridavano ad ogni angolo della strada le offerte del giorno: “Mango a mil pesos! A mil a mil!”  -Mango a soli mille pesos!- ed altre frasi simili mi accompagnavano per tutta la giornata, e mi piaceva il fatto che se avevo voglia di uno spuntino, potevo gustare, ovunque mi trovassi, della frutta fresca, o del salpicón, una bevanda deliziosa composta da frutta a pezzi e succo d’anguria. E vogliamo parlare del tipo di frutta che si trova in Colombia? Frutta di qualsiasi forma e colore, della quale noi in Europa non immaginiamo nemmeno l’esistenza: guanabana, guayaba, pitahia, uchuba, lulo… frutta dolce, aspra, con i semi, senza semi, che si mangia con le mani o con il cucchiaio, insomma ce n’è per tutti i gusti!

 

 

 

La Candelaria è anche il centro politico della città, nella piazza principale: Plaza Bolivar, così chiamata in onore del generale venezuelano che ebbe un ruolo fondamentale nella liberazione di molti Paesi del Sudamerica dalla dominazione spagnola, si trova il Palacio de Justicia che ospita la Corte Suprema sopravvissuta a ben due incendi, e la dimora residenziale del sindaco di Bogotà. Ad affacciarsi su Plaza Bolivar è anche la Catedral Primada de Bogotà, la più grande cattedrale della Colombia ed una delle maggiori di tutto il Sudamerica. Nel centro del quartiere si trova anche il famoso Museo del Oro, dove si può ammirare la più grande collezione  al mondo di manufatti d’oro di epoca pre-colombiana, i tre piani dell’edificio ospitano più di 30.000 pezzi di valore inestimabile!

1064402625
Plaza Bolivar

Uno dei primi posti in cui mi recai a Bogotà fu Monserrate, una montagna dalla cui cima si può ammirare una vista pazzesca della metropoli abitata da circa 10 milioni di persone. Si può salire in cabinovia, in funicolare o a piedi, fino a raggiungere oltre i 3000 metri di altezza! La vista da lassù mi piacque talmente tanto che vi tornai diverse volte durante il mio soggiorno in città (ma solo una volta mi avventurai a piedi e fu più che sufficiente!)  Ricordo i giramenti di testa ed il sudore freddo che mi rigava la fronte e mi bagnava le mani una volta arrivata in cima alla montagna, infatti una cosa semplice e naturale come respirare può diventare complicata quando ci si trova ad un’altitudine alla quale non siamo abituati.  Occorre bere molta acqua per mantenersi idratati e respirare lentamente. In cima a Monserrate poi è possibile acquistare delle infusioni di foglie di coca, che aiutano ad aprire la cassa toracica e quindi a respirare meglio.

46594940542_c8c3144eee_o
Vista di Bogotà da Monserrate

 

 

 

Dopo qualche giorno mi trasferii nella mia nuova casa, un appartamento delizioso nell’incrocio tra la Sesta e la Ventiseiesima nel quartiere della Macarena, poco più a nord della Candelaria. Il quartiere mi piacque subito: moderno, tranquillo e pieno di spazi verdi, ristoranti e caffè. Iniziai presto a conoscere il cibo colombiano e non lo trovai niente male, uno dei miei piatti preferiti era l’ajiaco, una zuppa di pollo, mais e patate, accompagnato da arepas, focaccine di farina di mais, platano o yuca (da noi chiamata manioca). Le mie giornate a Bogotà si susseguivano velocemente, la sveglia suonava pochi minuti prima delle 5 del mattino; uscivo di casa mentre ancora era buio e mi recavo alla fermata dell’autobus per raggiungere la scuola Alexander Fleming, in uno dei quartieri più a sud della città, sperando di riuscire ad arrivare prima delle 6.30, l’orario di inizio delle lezioni. Qui insegnavo inglese a nove classi diverse, dalla materna fino al liceo, e rientravo nel pomeriggio stremata ma felice (trovi l’articolo qui: La nuova “profe de inglés”). Occupavo la maggior parte del pomeriggio a preparare la lezione per il giorno successivo e dopo una cena veloce di solito andavo a letto prestissimo, perché il giorno dopo mi aspettava un’altra levataccia. Ecco come si svolgeva la mia “spericolata” vita nella capitale colombiana! Passavo l’intera settimana aspettando che arrivasse il venerdì sera. Non fraintendetemi, amavo i bambini e mi piaceva insegnare, ma il fine settimana era il momento in cui potevo scappare dal caos della metropoli e visitare i dintorni della capitale. Villa de Leyva, Guatavita, Zipaquirà, sono paesini fermi nel tempo, situati sulla cordigliera, che offrono una scappatoia rilassante alla vita cittadina, niente clacson, niente urla, niente inquinamento, solo tanta natura, lunghe passeggiate e gente ospitale.

 

 

Ricordo poi (quelle rare volte, lo ammetto) che sono stata invitata a qualche festa o che sono andata a ballare. Quasi sempre ci si recava alla Zona Rosa, un quartiere a nord della città perfetto per “rumbear”, cioè per andare a scatenarsi, tra locali aperti tutta la notte, discoteche e bar in cui provare la bevanda alcolica più famosa del posto: l’ Aguardiente, a base di canna da zucchero e aniceun vero e proprio must colombiano. Per farvi capire: l’Aguardiente sta alla Colombia come il Tequila sta al Messico. Ma attenzione a non esagerare, il nome significa letteralmente “acqua ardente” proprio perché “brucia” la gola (contiene infatti tra i 40 e i 45 gradi di alcol). Uno dei locali che più mi colpì in questa zona fu Andrés carne de Resun ristorante famosissimo in cui mangiare dell’ottima carne e poi scatenarsi al ritmo di salsa, bachata e reggaeton per tutta la notte!

Quello che ricordo vividamente della mia vita a Bogotà sono le piccole cose quotidiane: la signora della cioccolateria dietro casa con il suo immancabile fazzoletto colorato legato in testa, le guide spericolate dei tassisti, i pomeriggi passati a bere caffè e a mangiare torta di banana con la mia coinquilina, la gentilezza dei commercianti pronti ad accoglierti sempre con l’immancabile: “A la orden!” (una sorta di “A sua completa disposizione!”), le camminate della domenica lungo la “Septima“, una delle strade principali che percorre tutta la città e che nei fine settimana viene chiusa al traffico, permettendo così di passeggiare in tutta sicurezza a piedi o in bicicletta, respirando finalmente un po’ di aria pulita. Ricordo quanto ho odiato il Transmilenio, il sistema di autobus che collega mezza città, ma dove non si trovava mai posto a sedere, quasi quanto ho odiato fare a piedi le maledette salite ripidissime, tipiche di una città costruita sulle montagne. Ricordo i volti gioiosi dei miei alunni che, anche quando mi facevano arrabbiare, trovavano sempre il modo di strapparmi un sorriso e tutte le persone stupende, provenienti da ogni parte del mondo che hanno incrociato la mia strada in quel breve ma bellissimo periodo della mia vita.

 

P.S. alcune cose da sapere prima di partire:

  • Si chiama COLOMBIA, non Columbia. Per favore, imparatelo!!!
  • Avocado, platano e mais sono i tre ingredienti base della dieta colombiana, ve li rifileranno in ogni piatto, sotto ogni forma e consistenza. Sappiatelo, dopo una settimana vi sognerete un piatto di pasta.
  • I bancomat ATM rimangono spesso senza soldi e ti lasciano prelevare solo fino a 600.000 pesos, circa 150 euro.
  • Nonostante la Colombia sia famosa per le piantagioni di caffè, le miscele migliori sono destinate all’esportazione (eh si, benvenuti nella globalizzazione!) I colombiani bevono il “tinto”, una miscela molto leggera, soprattutto per chi come me è abituato al caffè espresso, servito in bicchieri o tazze grandi e spesso allungato con del latte.
  • L’acqua in busta è più economica dell’acqua in bottiglia (ma in alcune zone è possibile bere anche l’acqua del rubinetto)
  • Polizia e militari sono una presenza costante, spesso se ne vanno in giro in tenuta antisommossa e con le armi ben in vista. Li vedrete ovunque, davanti a supermercati ed alle banche, per strada, ma anche davanti alle scuole (e credetemi che fa uno strano effetto vedere bambini di prima elementare giocare intorno a uomini in divisa armati fino ai denti) Sebbene all’inizio possano incutere un po’ d’ansia, ben presto ci si fa l’abitudine.
  • il clima è imprevedibile, non lasciate mai a casa l’ombrello, anche se quando uscite di casa c’è un sole che spacca le pietre! Io ho avvisato.

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...