Una settimana in Marocco. Seconda parte: l’Alto Atlante ed il Sahara

Larsen è un ragazzo berbero che ha deciso di creare dal nulla un’agenzia turistica insieme alla sua famiglia proveniente da un villaggio piccolissimo tra le montagne dell’Atlante, nell’incantata “valle delle rose”. Lo abbiamo trovato grazie alla sua pagina Instagram “Desert Family Tour” e lo abbiamo contattato prima di partire perché offriva dei tour molto interessanti per il Marocco a prezzi veramente economici. Pur essendo un po’ scettiche inizialmente, la decisione di visitare il Marocco con una persona del posto alla fine si rivelerà la scelta più azzeccata che potessimo fare. Così, con Larsen alla guida, io e Federica siamo pronte a partire da Marrakech ed iniziare un viaggio incredibile che ci porterà ad attraversare la catena dell’Alto Atlante, fino a raggiungere le dune del deserto del Sahara, per poi arrivare tra tre giorni alla nostra destinazione finale, la più antica delle città imperiali: Fez.

La catena dell’Alto Atlante sorge ad Ovest in Marocco e si estende ad est fino al confine con l’Algeria. La catena sale fino a 4000 metri e funge da barriera alle influenze climatiche del deserto del Sahara. Salendo e scendendo per le tortuose strade di montagna, rimaniamo affascinate dai paesaggi che si susseguono davanti ai nostri occhi, paesaggi dai colori contrastanti, con altopiani, gole, canyon e cime innevate. La prima tappa è Telouet, un comune rurale piccolissimo ma con un’antica roccaforte che ha fatto fortuna per il passaggio delle carovane commerciali che dalle regioni sub-sahariane si recavano alla costa mediterranea del Marocco e qui erano costrette a pagare una tassa per proseguire. La Kasbah (cioè la roccaforte) è ancora visitabile pagando un ingresso di 10 dirham (1 euro), all’interno non vi è rimasto nulla, ma vale la pena visitarla per ammirarne le decorazioni in ceramica delle pareti e gli intarsi dipinti a mano del soffitto interamente in legno.

Proseguiamo il nostro viaggio e ci fermiamo per pranzo a Ait-Benhaddou, un antico villaggio fortificato costruito sulle pendici di una collina, lungo il fiume Ouarzazate, dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco. Qui la scenografia offerta dal paesaggio circondato da palme e colline color ocra e rosso non a caso è stata scelta per le riprese di numerosi film di Hollywood, tra cui “Il gladiatore” e “Alexander”. Abbiamo un po’ di tempo per poterla visitare, così ci dirigiamo verso il percorso che porta fino in cima alla kasbah, la roccaforte che si trova nel punto più alto del villaggio, ma Larsen ci ferma e ci invita a seguirlo. Cambia direzione improvvisamente ed imbocca un percorso che va nella parte opposta rispetto al villaggio, “fidatevi” ci dice, “non ve ne pentirete!” Non abbiamo molta scelta e continuiamo a camminare dietro di lui, scontrandoci con i turisti che vanno nella direzione opposta. Ad un certo punto la strada si apre su un cantiere, il cammino sembra interrotto da fango e polvere. Larsen si ferma e chiede qualcosa ad un muratore, poi ci fa segno di seguirlo, possiamo continuare. Attraversato il cantiere non ci sono più strade, siamo ormai fuori dal villaggio e davanti a noi c’è solo una grande collina di pietra e sabbia. “Andiamo! Dobbiamo salire!” dice Larsen. Io e Federica ci guardiamo: “ma dove stiamo andando?” Decidiamo di fidarci e con non poca fatica, vista la mia scarsa preparazione fisica, arriviamo nel punto più alto della collina. Davanti a noi già si vede il deserto, un paesaggio color oro si estende infinito, punteggiato qua e là da palme e piccole oasi verdi. Ma mi accorgo che Larsen sta guardando qualcosa altro, non è questo ciò che voleva mostrarci, seguo il suo sguardo e mi giro dando le  spalle al deserto. Non riesco a contenere un’esclamazione di stupore quando appare dinanzi a me una vista panoramica pazzesca di Ait-Benhaddou, da qui riusciamo a vedere tutto, dalla roccaforte in cima al villaggio al paesaggio montuoso circostante, al letto prosciugato del fiume Ouarzazate. Incredibile! Larsen guarda soddisfatto le nostre espressioni meravigliate, “visto?” ci dice, “per vedere meglio qualcosa a volte è necessario allontanarsi”.

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Vista di Ait-Benhaddou

Dopo una breve tappa a Ouarzazate, la famosa Hollywood del Marocco, in cui si trovano le case di produzione cinematografica più importanti del Paese, proseguiamo verso la “valle delle rose”. Qui si coltiva la rosa centifolia del Marocco, la cui essenza viene utilizzata in moltissimi profumi prestigiosi e nella cosmesi in generale. Si ritiene che la culla della Rosa di Maggio, come viene anche chiamata, sia la Persia antica, ma nessuno sa individuare con certezza l’epoca dell’arrivo delle prime piante di rosa nella regione. Lungo queste vallate ricche di palmeti si snodavano in passato le rotte carovaniere che collegavano i paesi del Maghreb con l’Africa e con l’Oriente. Alcuni ritengono che le piante siano state portate da pellegrini e viaggiatori al ritorno dall’Oriente. In ogni caso la rosa ha trovato il suo terreno e il suo clima d’elezione in queste valli abitate dalle tribù berbere islamizzate. Ogni primavera le rose vengono raccolte manualmente e trasportate nelle fabbriche dove subiscono un procedimento attraverso il quale ne viene estratto l’olio essenziale che ha un valore di 16mila euro a litro! I principali acquirenti di questo preziosissimo olio sono i francesi e gli arabi. Veniamo ospitate dalla famiglia di Larsen nella loro casa, in un villaggio circondato dalle montagne innevate dell’Atlante. La mamma di Larsen e la sorella Fatima ci preparano una cena deliziosa a base di pane arabo e tajine, una pietanza a base di carne e verdure tipica della cucina nordafricana. Dopo un po’ di musica, ed il tentativo fallito da parte di Larsen e suo fratello di insegnarci a suonare i tamburi tipici della tradizione berbera, la stanchezza comincia ad avere la meglio… ed anche il freddo inizia a farsi sentire, visto che qui la temperatura di notte scende bruscamente sotto lo zero.

L’indomani mattina ci sveglia il sole che fa capolino dalla finestra all’alba e dopo una colazione ricchissima, salutiamo la famiglia di Larsen per riprendere il nostro viaggio verso il deserto. Dopo pochi chilometri arriviamo all’oasi di Skoura, famosa per le sue palme da dattero che si estendono fittissime per oltre 25 chilometri e anche definita la porta della valle delle mille kasbah, da qui in poi infatti centinaia di villaggi di sabbia e palmeti si susseguono in un continuo miraggio, offrendo paesaggi inconsueti per i nostri occhi. Da qui è facile raggiungere le Gole di Todra e la Valle del Draa, una valle ricca di vegetazione lunga più di 200 chilometri! Con gli occhi incollati al finestrino proseguiamo per strade sempre più sabbiose, il paesaggio intorno a noi diventa sempre più arido, attraversiamo diversi villaggi prima di  intravedere alcune dune di sabbia e poi all’improvviso il nulla, intorno a noi i colori si riducono ad uno solo: l’oro. Ci siamo, ecco il gigantesco Sahara.

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Tinghir, Dades Valley

Arriviamo a Merzouga, la porta del deserto, nel pomeriggio, pronte a proseguire con il cammello per altre due ore fino a raggiungere l’accampamento nomade in mezzo al Sahara. Non sono mai salita su un cammello, anzi non sono mai salita nemmeno su un cavallo, quindi non ho proprio idea di cosa mi aspetti. A Merzouga veniamo ricevute da Mustafa, proprietario di un hotel a cinque stelle, nel quale noi non dormiremo, ma che ci offre una stanza per poter lasciare le nostre cose prima di partire per l’avventura. Il nostro capo-carovana è Sahid, che ci aiuta a salire sui cammelli, anzi sui dromedari per essere precisi, e ci informa che impiegheremo circa due ore prima di arrivare all’accampamento berbero presso le dune di Erg Chebbi, a pochi chilometri dal confine con l’Algeria. La nostra carovana è composta solo da me, Federica e da due ragazzi svizzeri. Appena dopo pochi minuti lontano dalla civiltà il silenzio è assoluto ed intorno a noi non c’è altro che sabbia, dune morbidissime, immense e dorate. Il sole già sta calando e dopo circa un’ora e mezza di cammino ci fermiamo per ammirare il tramonto dalla cima di una duna. Il paesaggio è pazzesco, rimaniamo seduti sulla sabbia per diversi minuti a guardare il cielo che cambia colore fino a diventare rosso per poi ripartire verso l’accampamento. Questo appare all’improvviso da dietro una duna, come una piccola oasi. Tende bianchissime emergono dal nulla, un odore di spezie e carne  alla brace preannuncia quella che sarà la nostra cena. L’accampamento è tutto per noi, non ci sono altri turisti. Ci godiamo la nostra cena a base di tajine e tè, seduti su dei tappeti guardando le stelle, che grazie all’assenza di luci artificiali, sembrano molte di più di quanto ricordassi. Basta poi allontanarsi un po’ dall’accampamento per ammirare la via lattea in tutto il suo splendore. Dopo cena i berberi accendono un fuoco  e dopo aver cantato e suonato, rimaniamo un po’ a chiacchierare, sono molto curiosa sul loro stile di vita e mi sembra pazzesco che, pur non essendo mai usciti dal deserto, abbiano appreso diverse lingue solo stando a contatto con i turisti. La notte è molto meno fredda di quanto mi aspettassi, meglio così, mi sdraio sul materasso appoggiato a terra e cerco di dormire ma nella mia mente si susseguono tutte le immagini che ho accumulato in questi due giorni che sono tante, troppe: immagini di paesaggi, emozioni, storie, persone, si accavallano e si confondono mentre io cerco di riordinarle ed il mio cervello non ne vuol proprio sapere di spegnersi.

Prima dell’alba riprendiamo il nostro cammino verso Merzouga. Il cielo si sta schiarendo ma ancora la luna è ben visibile. Ben presto il paesaggio cambia colore e diventa rosa, poi viola e infine arancione, è un’esperienza surreale. Saliamo in cima ad una duna  e ci sediamo sulla sabbia ad ammirare il sole che sorge. Non ci sono parole per descrivere come in pochi minuti il paesaggio cambi colore e forma un’infinità di volte. Mentre tutti tratteniamo il fiato per qualche secondo, il sole inizia a fare capolino dal centro di due dune esattamente di fronte a noi ed assume la forma di una gigante palla rossa che si alza in cielo. Mi sembra incredibile di essere così fortunata da poter assistere a tutto questo, mi sento quasi un’intrusa nell’immensità della natura, che è così meravigliosamente sconvolgente da farmi quasi scendere una lacrima.

To be continued…

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