Medellín, la città dell’eterna primavera

Per la serie “continuiamo a sfatare miti”, dopo aver descritto la “pericolosissima” Colombia (qui trovate l’articolo), oggi, per rimanere in tema, ho voglia di raccontarvi il mio breve (ma intenso) viaggio a Medellín. Sicuramente questo nome vi suona famigliare, la sua fama purtroppo si deve ad uno dei più grandi narcotrafficanti della storia: Pablo Escobar, capo del cartello di Medellín, le cui gesta sono state rilanciate da una serie di libri, film e telenovelas che hanno ottenuto un successo senza precedenti. Se da una parte molti evitano di visitare Medellín credendo che sia ancora scenario di guerre tra cartelli, rapimenti e sparatorie, dall’altro lato il boom mondiale di una serie lanciata da Netflix, ed il fanatismo che ne è scaturito, hanno dato inizio ad un fenomeno che è stato definito: narcoturismo. Numerosi tour operator offrono infatti gite nei luoghi simbolo della storia del più famoso criminale colombiano, fatto che non solo movimenta un lucroso giro d’affari, ma contribuisce a rafforzare l’aura mitica di questo anti-eroe del nostro tempo. Nel mio articolo vorrei spostare il foco da questa “moda”, per rispetto alla memoria delle vittime del narcotraffico, e parlare invece di quello che veramente è Medellín, non la capitale mondiale della droga, ma una delle città più all’avanguardia della Colombia, città universitaria per eccellenza, con più di 130 mila studenti provenienti da tutto il Paese e con le persone più ospitali e generose che abbia mai conosciuto.

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Capitale del dipartimento colombiano di Antioquia, situata nella parte occidentale della Colombia, nella Valle d’Aburrà, tra la Cordigliera Occidentale e la Cordigliera Orientale, Medellín un tempo era nota in particolare per la produzione ed il commercio del caffè. Caratterizzata da un clima subtropicale umido, qui la temperatura oscilla tutto l’anno tra i 18 ed i 28 °C e viene per questo definita la “Città dell’Eterna Primavera”. L’idea di scappare per un paio di giorni dal grigiore di Bogotà mi affascina al punto da decidere con un paio di amiche: Martina ed Erlin, di comprare un biglietto dell’autobus per la celebre città antioqueña.  Decidiamo di partire all’ultimo momento senza organizzare nulla, pensando che sia facile una volta arrivate, trovare un posto in cui passare la notte (povere noi! Ancora nessuno ci ha spiegato il fenomeno del narcoturismo.) Dopo circa otto ore di viaggio in autobus arriviamo a Medellín nel primo pomeriggio, prendiamo la metro e ci dirigiamo verso il centro della città. Rimango subito colpita dalla pulizia e dall’originalità delle stazioni della metro, nelle quali sono state costruite librerie e centri culturali. Scendiamo a El Poblado, il quartiere più turistico,  sperando di trovare una camera in hotel, ma pare che in tanti abbiano avuto la nostra stessa idea e siano venuti a passare il fine settimana qui. Non solo non riusciamo a trovare una camera libera in nessun hotel della zona, ma nemmeno un posto letto in ostello. Addirittura in un albergo, vedendoci disperate, ci propongono di dormire sul divano in reception. Passiamo il resto del pomeriggio a telefonare praticamente a tutti gli hotel del centro, senza avere alcuna fortuna. Ormai prese dallo sconforto e mentre valutiamo seriamente l’ipotesi di passare la notte nella hall di un hotel, ad una delle mie amiche viene in mente che durante un viaggio a Panama aveva conosciuto una ragazza di Medellín. Si accende un bagliore di speranza: forse, se riusciamo a rintracciarla, potrebbe ospitarci lei. Io sono ancora un po’ perplessa: ovviamente con la mia diffidente mentalità europea, formatasi a suon di “non accettare caramelle ” e “non far entrare sconosciuti”, penso che sia impossibile che una ragazza accetti di far dormire nella sua casa delle sconosciute. Probabilmente in Italia nella stessa situazione saremmo rimaste a dormire in mezzo alla strada. Fortunatamente il popolo colombiano è molto più ospitale e generoso. Riusciamo a rintracciare subito la ragazza di cui ci ha parlato Erlin, che si dimostra subito super disponibile e ci fornisce l’indirizzo della sua casa. Ci tiene ad avvisarci però, particolarmente a noi italiane del gruppo, che vive in un quartiere popolare in periferia, sulla collina e ci ripete più volte al telefono che la sua casa è molto modesta. Ma per noi avere un tetto sulla testa per passare la notte già è più di quanto potessimo sperare. Per raggiungere il quartiere dell’amica di Erlin dobbiamo prendere il Metrocable, la famosa metro sopraelevata della città, un sistema di cabinovie che collega le zone più popolari situate sui lati della valle, al centro della città, progetto replicato anche in molte altre città del Sudamerica: La Paz in Bolivia, Caracas in Venezuela, Rio in Brasile. Dall’alto la vista è impressionante. Man mano che ci allontaniamo dal centro e la funivia risale le pendici della montagna,  il paesaggio cambia radicalmente ed i grattacieli e le strutture super moderne lasciano spazio a case di mattoni e lamiera. Qui a Medellín permane un altissimo divario sociale tra i più poveri e i più ricchi, anche se negli ultimi anni la povertà è diminuita insieme al tasso di omicidi che da 381 ogni 100.000 abitanti nel 1991 è sceso a meno di 50 (The economist). Passiamo sopra alla famosa Comuna n.13, il quartiere tristemente famoso per essere il più pericoloso di Medellín negli anni novanta, ora  ridipinto con coloratissimi murales che attirano turisti ed appassionati di arte urbana. Il tragitto è abbastanza lungo, e quando raggiungiamo il quartiere della nostra nuova amica è già calato il sole. Scendiamo in una delle ultime stazioni della metro, praticamente in mezzo al nulla, dove troviamo il suo fratellino ad aspettarci, sorriso da orecchio a orecchio, grandi occhioni marroni, cappellino con la visiera e maglietta rigorosamente della nazionale di calcio colombiana. Quando vede le nostre facce sconvolte è pronto a tranquillizzarci: – Non vi succederà niente, adesso nel quartiere tutti vi vedranno in giro con me e nessuno vi toccherà! – Mi scappa una risatina, un ragazzino adorabile di undici anni alto la metà di me è la mia guardia del corpo! Ci guida a passo svelto per viuzze non asfaltate, in salita, tra baracche e case con i tetti in lamiera. Rivolgo lo sguardo in alto e noto appese ai fili della corrente delle scarpe da ginnastica, gli chiedo che cosa significhino: -servono per marcare il territorio, significa che questa zona è controllata- mi risponde, non ho il coraggio di chiedergli da chi sia controllata, ma ho la sensazione che non sia dalla polizia. Raggiungiamo presto una casetta di mattoni dove c’è Catherin che ci aspetta sulla porta, ha lo stesso sorriso dolce del fratello, lunghi capelli neri e anche lei indossa una t-shirt gialla della nazionale di calcio. Ci dà il benvenuto e ci invita ad entrare. Continua a scusarsi con noi per la casa, dicendoci che è piccola e che dovremo stringerci mentre sicuramente noi siamo abituate a “ben altro”, ma cerchiamo di farle capire che va più che bene, anzi è stata fin troppo gentile ad ospitarci. Ci mostra la sua camera, dove dormiremo noi mentre lei dormirà con il fratellino. Nella camera c’è solo un letto dove ci stringeremo in due mentre la terza dormirà sul pavimento, non c’è nient’altro a parte un tavolino e una tenda, che nasconde un piccolo guardaroba.

Dopo aver lasciato gli zaini, Catherin si offre di accompagnarci a fare un giro per la città. Così scendiamo di nuovo con la metro fino in centro. Arriviamo a Plaza Botero, un grande parco all’aperto contenente 23 sculture dell’artista colombiano Fernando Botero, imponenti e simpatiche; ci rechiamo poi al Parco de Los Pies Descalzos, il cui nome deriva dal fatto che vi si può camminare a piedi nudi, ispirato alla filosofia orientale Zen, il parco è un’oasi di tranquillità in mezzo alla città: con un piccolo bosco di bambù, una zona di sabbia e fonti d’acqua. Più tardi, in una grande piazza dove vengono proiettati gratuitamente film all’aperto, incontriamo un amico di Catherin, Santiago, che ci fa provare alcune specialità locali. Per concludere la serata decidiamo di andare al Pueblito Paisa, nella parte alta della città, dove c’è una piazzetta e alcune case in stile coloniale, posto principalmente turistico, ricco di negozi di artigianato locale e bancarelle, ma che sicuramente vale la pena visitare per la vista spettacolare sulla città.

 

Torniamo a casa di Catherin tardissimo ma abbiamo poche ore per riposarci perché l’intenzione è quella di svegliarsi presto per una bella gita in montagna. Destinazione: Guatapé, il paesino dai mille colori, a meno di due ore di autobus da Medellín. La giornata è caldissima e soleggiata, ma questo non ci fermerà dallo scalare la Pietra del Peñol, un monolite di roccia enorme alta 220 metri, che inspiegabilmente sorge dal nulla nel mezzo di una vegetazione verde e rigogliosa, dove tutt’attorno è piatto, e dalla cui cima ci dicono che la vista sia una delle più belle del mondo, sempre che riusciamo ad arrivare vive alla fine dei suoi 740 gradini! Ci armiamo di acqua, scarpe comode e cappellino ed iniziamo la nostra ascesa. La vista dalla cima è pazzesca! Di fronte a noi si estende l’embalse di Guatapé, una serie di laghi che si stringono e si allargano a seconda dello spazio che trovano, questo fenomeno crea una serie di penisole e canali che plasmano un paesaggio veramente spettacolare.

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L’embalse di Guatapé prende il nome dalla cittadina che si trova lì accanto, anch’essa affacciata sulle sue sponde. Un piccolo e vivace villaggio che, nei weekend, vede affluire centinaia di turisti colombiani in cerca di divertimento, soprattutto sport acquatici e gite in barca.  Ma la caratteristica principale di Guatapé è un’altra: qui tutto è colorato, ma proprio tutto, i lampioni, le strade, le case, gli autobus, le biciclette, tutto variopinto con colori vivacissimi e decorato in bassorilievo con scene di vita quotidiana, animali o scene tratte da miti e leggende colombiane. Altra attrazione è il tuk tuk Thailandese nella versione colombiana. Li vedi ovunque,  disponibili in tutti i colori e con le luci al neon che ti abbagliano durante la notte. Pranziamo in un ristorante vista lago con una bandeja paisa, piatto tradizionale di questa zona a base di carne, riso, fagioli, uova e platano fritto.

Al nostro ritorno a Medellín è già notte e noi siamo stanche morte, la scalata del Peñol e il giro per Guatapé ci ha stremate, pensiamo di andare direttamente a dormire ma ci sbagliamo, la notte è ancora giovane! C’è Santiago ad aspettarci per un giro nella zona della movida notturna di Medellín: la Zona Rosa, famosa per le discoteche ed i bar frequentati dalle persone più altolocate della città. Ancora con i vestiti che abbiamo addosso da tutta la giornata, senza aver avuto il tempo di sistemarci un po’ o almeno di farci una doccia, seguiamo Santiago come degli zombie da un locale all’altro, e tra un cocktail e un passo di salsa trascorre velocemente buona parte della nottata. Improvvisamente mi viene un dubbio: qualcuno ha avvisato Catherin che arriveremo tardi a dormire visto che non abbiamo le chiavi di casa? Panico, sono quasi le tre di notte, sicuramente starà dormendo. Erlin prova a telefonarle, ma ovviamente non risponde. Piccolo dettaglio: a quest’ora la metro è chiusa e nessun taxi è disposto a portarci di notte in quel quartiere. Siamo di nuovo senza un tetto sulla testa per la notte. Non ci posso credere! Abbiamo due opzioni: rimanere fuori tutta la notte finché non riapre la metro alle 7 del mattino, o andare a dormire a casa di Santiago, ragazzo carinissimo ma che effettivamente conosciamo da poche ore, che gentilmente si è offerto di ospitarci. In fondo siamo tre ragazze sole, in un paese straniero, dove può succederci di tutto. Non so come mai, forse per la stanchezza (o per la stupidità dei vent’anni) la scelta più sensata ci sembra quella di passare la notte a casa di un semi-sconosciuto. Ripensandoci ora mi sembra una scelta alquanto azzardata, per non dire stupida, ma la fortuna è dalla nostra parte (anche se voi non imitatemi!) Santiago è un ragazzo gentilissimo che ci lascia dormire nella sua camera mentre lui dorme sul divano in salotto. La mattina seguente, dopo una colazione buonissima, preparata dalla sua mamma, a base di caffè e arepas con queso, dei panini di mais riempiti con del formaggio, partiamo di corsa per andare a recuperare i nostri zaini a casa di Catherin, prima di riprendere l’autobus per Bogotà. Ancora con i vestiti che abbiamo indosso ormai da più di 24 ore, corriamo verso la stazione, e riusciamo a prendere l’autobus per un soffio. Finalmente durante le otto ore di viaggio verso la capitale posso rilassarmi e ripensare a tutto quello che ho vissuto in poco più di due giorni (anche sono sembrati molti di più), giorni frenetici, pieni e stancanti, durante i quali non ho praticamente mai dormito, ma ne è valsa la pena. Ho visto dei paesaggi stupendi e ho conosciuto questa terra così tanto bistrattata dai media internazionali, terra abitata non da narcos, ma da persone di una bontà incredibile ed estremamente ospitali.

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