La nuova “profe de inglés”

Quando mi sono iscritta al concorso per insegnare inglese in una scuola colombiana, devo essere sincera, non avevo la più pallida idea di quello a cui sarei andata incontro nel caso in cui fossi stata selezionata. Ricordo solo che ero disperata! Avevo terminato l’università e un master a Buenos Aires e la ricerca di un lavoro, un qualsiasi lavoro, fino ad allora non aveva dato alcun risultato. Perciò, quando l’associazione Aiesec Colombia mi ha contattato per un colloquio, non ho esitato nemmeno un momento. Fino ad allora non avevo mai pensato di andare in Colombia. Certo, ho sempre avuto un debole per il Sud America e avevo già vissuto in Argentina, ma se devo essere sincera, la Colombia e Bogotà in particolare, non suscitava alcun interesse in me. Quanto mi sarei ricreduta! Povera Colombia! Vittima di stupidi pregiudizi e di una cattiva pubblicità! Quello che sembrava un ripiego, un’attività da fare per non aver trovato nulla di meglio, si sarebbe rivelata la migliore esperienza della mia vita.

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Vista del sud di Bogotà dalla scuola Alexander Fleming

Il Colegio Distrital Alexander Fleming, al quale ero stata assegnata, si trova in un quartiere del sud di Bogotà. Il terribile, pericolosissimo, poverissimo“SUD”, o almeno così mi era stato descritto. Per farvi capire cosa significa questa parola (sud) per i bogotani e perché la temono così tanto, dovrei spiegarvi prima qualcosa sulla disuguaglianza sociale che qui in Sud America raggiunge dei livelli tali da stabilire la suddivisione delle città sulla base di “ricchi” e “poveri”. Sappiamo tutti che a Rio de Janeiro esistono le favelas, a Buenos Aires la villa miseria… bene, Bogotà è divisa direttamente in due: il nord e il sud. Le strade sono numerate: dalla Calle 1 alla 26 circa ci troviamo nel centro della città, mano a mano che il numero della strada aumenta, ci troveremo in un quartiere più ricco, ma attenzione! Lo stesso numero, seguito dalla parola “sud” (per esempio calle 25 sud, 26 sud e così via), indica una quartiere molto diverso! Eh si, infatti le strade del sud sono numerate esattamente allo stesso modo, ma in questo caso più il numero è grande, più ci troveremo a sud e più il quartiere sarà pericoloso! Mentre il nord ha strade alberate, ville con giardino, grattacieli, scuole private, Mc Donald, Zara e H&M, il sud ha strade non asfaltate, case di mattoni e lamiera, molto spesso non terminate e scuole pubbliche: la scuola Alexander Fleming è una di queste e si trova esattamente all’altezza della calle 46 sud. Ricordo ancora quando, il primo giorno di lavoro, dopo esser stata messa in guardia da tutti i bogotani che conoscevo riguardo al “pericolosissimo sud”, chiesi a dei poliziotti come fosse la situazione nel quartiere, sperando che mi avrebbero tranquillizzata. La loro risposta fu  -diciamo che è un po’ delicata- …beh! Indovinate un po’? Non mi hanno tranquillizzata! Soprattutto dopo averli visti perquisire alcuni ragazzi prima che entrassero a scuola.

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Colegio Alexander Fleming

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-Non puoi venire vestita così in questo quartiere!- Fu la prima cosa che mi disse un professore della scuola. Indossavo dei jeans, un paio di stivali e una camicia semplicissima: -dai troppo nell’occhio! Quella borsa non va bene.- Guardai la mia borsa grigia comprata a venti euro in un negozio di Carpisa, senza capire come potesse attirare dei ladri  –Niente borsa da domani, usa delle buste di plastica. E indossa scarpe da ginnastica. Ah! E niente Iphone…se proprio devi portarlo non tirarlo mai fuori dalla borsa, soprattutto non davanti agli studenti!- O-ok…-dissi balbettando. Così iniziava il mio primo giorno come insegnante di inglese. Inizialmente mi fu assegnato il turno di mattina: qui infatti, a causa della grande quantità di alunni, le scuole fanno il doppio turno, mattina e pomeriggio. Le lezioni del turno di mattina iniziano alle 6.30! Poveri bambini e povera me! Questo significava rimettere la sveglia ogni mattina alle 4.50 per andare a prendere l’autobus alle 5.20 e riuscire ad arrivare prima del suono della campanella, così da poter organizzare la classe. Ma aveva un lato positivo, cioè il fatto di terminare le lezioni alle 12:30 e così avere tutto il pomeriggio libero. Dopo circa un mese, fui trasferita al turno pomeridiano, dalle 13.00 alle 18.30. Molto peggio, perché voleva dire uscire dalla scuola quando fuori era già buio e camminare da sola fino alla fermata dell’autobus! Per fortuna, dopo poco tempo, la gente del quartiere iniziò a riconoscermi e salutarmi per strada: ero la “profe de inglés” dei loro figli, quella che veniva da un paese lontano, il che suscitava sempre molta curiosità. Una cosa che ho imparato infatti è che essere una “gringa”, cioè venire da un paese non sudamericano, è una cosa molto “chevere” cioè molto “figa” per tutti i miei alunni, che spesso non sono usciti mai nemmeno dal loro quartiere, tanto che per i più piccoli, un mio autografo sul loro quaderno era una cosa di valore inestimabile e avere le mie attenzioni poteva essere motivo di litigio.

Non è stato sempre facile, soprattutto inserirsi nell’ambito lavorativo, riuscire ad ottenere la fiducia e la collaborazione di alcuni professori che non prendevano troppo sul serio quella che pensavano fosse “l’avventura terzomondista di una ragazzina europea”. Ma cosa ci potevo fare? In fondo non avevano tutti i torti…fortunatamente non tutti la pensavano allo stesso modo e i primi ad accettarmi senza pregiudizi sono stati proprio i bambini. Avevo 9 classi, dalla scuola materna fino al liceo. I bambini più piccoli erano i più semplici da gestire per certi versi, s’intrattenevano facilmente, cantavamo canzoncine, facevamo disegni e, contando anche la pausa per la “chi-chi” (non sapete quanto ci ho messo per capire che mi stessero parlando di pipì) il tempo con loro passava velocemente. I più ribelli erano gli adolescenti, dai quali è sempre più difficile ottenere del rispetto, soprattutto quando è evidente che la loro insegnante non ha tanti anni più di loro. Ma in fin dei conti, pur trattandosi della mia prima esperienza nell’ambito dell’insegnamento, me la sono cavata… insomma, sono ancora viva! Sinceramente non so quante nozioni di lingua inglese abbiano appreso, ma al di là di questo, l’obiettivo principale era quello di creare un ambiente in cui i ragazzi si sentissero sicuri e dove potessero esprimersi e potessero riflettere su temi importanti. La particolarità del progetto di Aiesec (l’associazione che mi ha contrattato) è che il programma non prevede un insegnamento comune dell’inglese a partire dalla grammatica, ma a partire da argomenti che portano gli studenti a dibattere anche su temi di natura sociale (bullismo, uguaglianza di genere, cittadinanza, diritti umani, etc.). A questo si aggiunge l’impatto che può avere su questi bambini il fatto di avere un insegnante proveniente da un altro paese, con un’altra cultura e un’altra lingua. Il mio compito era quello di mostrare loro una realtà diversa rispetto a quella in cui vivono, di accendere la loro curiosità, la voglia di conoscere, di far capire loro che fuori da quella scuola, da quel quartiere, da Bogotà, c’è un mondo intero al quale appartengono e che li sta aspettando.

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