La “Montagna Vecchia”(o Machu Picchu)

Un’anziano abitante del posto, appartenente alla tribù quechua, nonché nostra guida nella città perduta degli Inca, vedendoci stremati dal viaggio (che presumo ci abbia tolto dai 3 ai 5 anni di vita), ci ha riferito con aria solenne (ma forse anche un po’ ironica) un antico detto della sua gente: “Non tutti si meritano il Machu Pikchu, bisogna guadagnarselo… con il sudore!” (aspetta, questa l’ho già sentita da qualche parte). Comunque, dopo un viaggio di 8 ore sulla strada della morte più quasi tre ore di scarpinata nella foresta io direi che ce lo siamo più che guadagnato.

Il sole sta ormai scomparendo quando finalmente arriviamo al pueblito di Aguas Calientes, il cui nome ufficiale è “Machupicchu pueblo”, ma che è stato ribattezzato così per via delle acque termali. Il programma prevede: cenare, andare a dormire presto e svegliarsi prima dell’alba per iniziare la salita della montagna fino all’ingresso del parco, in modo da arrivare ad un’ora decente. Dovremmo andare a cercare il nostro ostello, ma siamo stremate e ci sediamo per terra sugli scalini della chiesa nella piazza principale (ed unica) del villaggio. Nel frattempo siamo rimaste in due (ci siamo perse Emil, ma non ci preoccupiamo troppo, è molto più in forma e veloce di noi, sarà già in ostello da un pezzo). Pensiamo di rimanere sedute solo qualche minuto… in realtà rimaniamo lì, per terra, sedute nella stessa posizione per circa mezz’ora! I muscoli si rilassano, il corpo si risveglia, ormai libero dall’adrenalina che, come una droga, ci ha fatto rimanere sveglie ed entusiaste per tutto il viaggio, ed improvvisamente inizio a percepire ogni singola molecola del mio corpo. Il dolore arriva un momento dopo, dritto fino al cervello, mi fa male tutto, ho i piedi gonfi, vorrei togliermi le scarpe, ma so che poi non riuscirei a rimetterle; ho sete, ma non abbiamo più acqua e proprio non ce la faccio ad alzarmi per cercare un bar. Guardo Fede, che sembra sconvolta e le dico: -ti rendi conto che domani dobbiamo rifare tutto il viaggio al contrario?- Non so cosa scatta nella sua testa, forse la preoccupazione sul mio viso provoca in lei una reazione strana e comincia a ridere a crepapelle, ed ha una risata così contagiosa che subito la seguo a ruota.  Sarà per la stanchezza o per il sollievo di essere arrivate, non lo so, ma non riusciamo proprio a fermarci. Ormai siamo piegate in due, anzi quasi sdraiate per terra, con le lacrime agli occhi, prese da un’attacco di risa isterica in mezzo ad una piazza piena di turisti! Ma come si dice, meglio un’attacco di risa che di pianto no? Quando riusciamo a riprenderci ci alziamo e finalmente raggiungiamo il nostro ostello.

La sveglia suona alle 4.00! Fuori ovviamente è ancora buio e fa freddo, ma non ci importa, oggi è il grande giorno, finalmente vedremo il Machu Picchu! Decidiamo di prendere il bus per raggiungere l’ingresso del parco, costa circa 12 euro per pochi chilometri di tragitto, ma la strada è tutta in salita e noi dobbiamo ancora riprenderci dall’avventura del giorno prima, cosi li paghiamo volentieri. Arriviamo all’ingresso prima delle 6 e riusciamo ad entrare poco prima dell’alba giusto in tempo per assistere ad uno degli spettacoli più belli che abbia mai visto in vita mia.

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Sicuramente nei miei viaggi ho visto molte cose belle (e anche molte cose non troppo belle),  ma poche cose mi hanno lasciato senza fiato, una di queste è sicuramente il Machu Picchu illuminato dal sole dell’alba. L’ingresso al sito archeologico si trova praticamente di fronte alle rovine, basta fare pochi metri dopo l’entrata e, svoltato un angolo, ci si ritrova di fronte all’antica città perduta degli Inca, sovrastata dal famoso picco di Wayna Picchu (o montagna giovane). La magia del luogo si percepisce fin da subito, le antiche rovine emergono nella foschia, il verde sovrasta ogni cosa ed i picchi innevati delle Ande in lontananza rendono il paesaggio ancora più surreale. Sebbene tutto questo sia già bellissimo, la parte più emozionante si sarebbe mostrata pochi minuti più tardi, esattamente alle 6:13, quando il cielo si apre, letteralmente in due, ed un primo raggio di sole passa attraverso la finestra di un antico tempio (il tempio del Sole appunto), proiettando la sua sagoma luminosa su  un settore delle rovine, come un’occhio di bue su un palcoscenico. Così, man mano che il sole emerge dalle montagne orientali, una porzione sempre più grande dell’antica città si illumina, fino ad emergere completamente dalla nebbia. Una magia! In realtà, come ci spiegherà più tardi con molto orgoglio la nostra guida quechua, il Machu Picchu era una specie di osservatorio astronomico, una città sacra riservata al culto del dio Inti (Sole). Infatti la misurazione dei movimenti del sole era fondamentale per la cultura Inca. A tale scopo avevano scolpito nella pietra un’innumerevole quantità di forme, che grazie a precisi allineamenti astronomici segnalavano i solstizi e gli equinozi. Inoltre, la città era costruita in modo che i vari settori fossero illuminati dal sole a seconda del momento in cui venivano utilizzati durante la giornata. Insomma quegli Incas erano dei geni!

Rimaniamo qualche ora nel sito archeologico e scattiamo circa due milioni di foto prima di riprendere il viaggio di ritorno. Dobbiamo riuscire ad arrivare ad Hidroelectrica (ricordate il punto dove ci aveva lasciato ieri l’autista pazzo?) prima delle 14.00 altrimenti rimaniamo a piedi. In preda all’ansia per non riuscire ad arrivare in tempo, e comunque spaventate e già stanche alla sola idea di dover ripercorrere il sentiero nella foresta del giorno prima, decidiamo di fare una modifica al programma ed utilizzare il treno almeno per un tratto, in fondo abbiamo già avuto la nostra buona dose di avventure. Così compriamo il biglietto da Aguas Calientes fino a Hidroelectrica (circa 30 euro, una cifra astronomica se pensiamo che sono solo 10 chilometri, ma la pigrizia ha avuto la meglio).

Arrivate ad Hidroelectrica ritroviamo il nostro pulmino, l’autista ci sta già aspettando, siamo pronti a partire quando…un attimo, dov’è finito Emil? Ed eccolo che spunta dalla foresta, a passo svelto e testa alta, da vero amante dell’avventura, ha fatto il viaggio a piedi anche al ritorno! Wow! (P.s. la sua iperattività ed energia costante cozza con la nostra lentezza e come definirla… scarsa dinamicità o poltroneria che dir si voglia. Questo sarà il motivo per cui a breve le nostre strade si separeranno, mi dispiace Emil caratteri incompatibili!)

Riprendiamo quindi l’incredibile viaggio, sull’orlo del precipizio, fino a Cusco, ma tranquilli, siamo sopravvissuti!

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