Sull’orlo del precipizio

C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso. (Into the wild)

Ricordate che finalmente eravamo riusciti a trovare un pacchetto di tre giorni per il Machu Picchu a soli 70 dollari (comprensivo di viaggio andata e ritorno in pullman, hotel e ingresso)? E voi penserete: “Wow! Ma come è possibile, se solo il biglietto d’ingresso al Machu Picchu ne costa quasi 70? c’è sicuramente l’inganno!”  E fate bene a pensarlo! Noi tre, troppo presi dall’entusiasmo, non siamo stati così acuti, o forse ci è anche passato per la testa che qualcosa non andava, ma nessuno di noi ha osato dire nulla. In fondo era la nostra unica occasione di vedere il Machu Picchu, visto che con il nostro budget non potevamo permetterci il treno, che è l’unico mezzo di trasporto indicato dalle agenzie di turismo più serie per raggiungere le rovine inca, (ovviamente c’è una ragione ben precisa e la scopriremo sulla nostra pelle quando ormai sarà troppo tardi per tornare indietro) e come potevamo perderci la rovina più famosa del continente, la città perduta degli Inca, una delle 7 meraviglie del mondo? Insomma, non era proprio pensabile!

Così, l’indomani mattina, 2 Luglio 2015, il signore dell’agenzia ci passa a prendere in ostello. Il nostro mezzo di trasporto è un pulmino con circa 10 posti. Viaggiano con noi altri turisti: cileni, brasiliani e peruviani. Io, Fede ed Emil siamo gli unici europei. Dopo essere saliti sul pulmino, ci viene dato un foglio in cui dobbiamo scrivere nome e cognome “con una calligrafia leggibile, mi raccomando!” (specifica il ragazzo); quando chiediamo spiegazioni ci risponde che è necessario sapere chi siamo, così nel caso in cui ci sia un incidente o qualcuno sparisca durante il viaggio (what??), si può identificare chi sia la persona mancante. Comunque non lo prendiamo troppo sul serio, l’autista mette in moto e partiamo verso Aguas Calientes, il villaggio costruito alle pendici del Machu Picchu, la nostra destinazione finale. Sappiamo che abbiamo davanti a noi circa 8 ore di cammino, ma non sappiamo ancora che tipo di viaggio ci aspetta.

Il primo tratto di strada da Cuzco fino al villaggio di Ollantaytambo trascorre tranquillamente anche se la strada non è l’ideale per chi soffre il mal d’auto, le curve non sono poche e l’altitudine inizia a farsi sentire. Quando Federica dice di avere la nausea, l’autista le consiglia di masticare delle foglie di coca, l’unico rimedio da queste parti per il “mal de altura“.  Ma la strada sale sempre di più e continua a salire finché non vediamo le vette innevate delle Ande, siamo a circa 4.500 metri d’altezza! La vista è spettacolare, così chiedo se possiamo fermarci un momento, vorrei scendere per scattare una foto, ma il nostro autista dice che non è possibile, inoltre scendere dall’auto ad un’altitudine del genere mi potrebbe far star male, meglio non rischiare. Noto che mano a mano che proseguiamo, il percorso diventa sempre più  tortuoso, le curve a gomito sono sempre più frequenti, mentre il guard rail all’improvviso sparisce. Ma il nostro autista non sembra preoccupato, troppo impegnato a sorpassare qualsiasi auto, carro, carretto, camion ad una velocità un po’ troppo elevata per le condizioni in cui si trova la strada. Ed il peggio deve ancora arrivare!

 

Arrivati al piccolo villaggio di Santa Teresa tiriamo tutti un sospiro di sollievo, “siamo vivi!” Ci fermiamo per mangiare in quello che sembra essere l’unico “ristorante” del paesino, ovviamente si mangia quello che offre la casa (non c’è mica il menu per ordinare!), zuppa di quinoa e verdure, carne alla brace e mate di coca. Con Fede facciamo una passeggiata per sgranchirci le gambe e, preoccupate per le condizioni della strada che dobbiamo ancora percorrere, chiediamo ad una signora del posto se il percorso fino al Machu Picchu è sicuro, la signora sorride con uno sguardo compassionevole che sembra dire “povere turiste!” e ci rassicura “Tranquilas! La strada è sicura, non ci sono quasi mai incidenti…” poi aggiunge con un’aria serissima “a meno che l’autista non sia ubriaco”.

Rassicurate, ma non troppo, dalla signora del villaggio, riprendiamo il viaggio. L’ultima parte del tragitto fino alla stazione di Hidroelectrica, è l’esperienza più vicina alla morte che io abbia mai avuto. La strada mantiene le stesse condizioni: niente guard rail, curve a gomito, precipizio, strada stretta a doppio senso di marcia, ma questa volta si aggiunge un’ulteriore elemento di non poco conto: STRADA NON ASFALTATA! Un silenzio di tomba (è proprio il caso di dirlo) invade il pulmino che procede su una stradina scavata nella roccia: alla nostra destra la parete grigia della montagna, alla sinistra l’abisso e la strada sale sempre più in alto. Mentre Fede ha la mano davanti agli occhi, io, dal lato del precipizio, non posso fare a meno di fissare la ruota posteriore del pulmino per assicurarmi che stia ancora toccando la terra (lo so, è completamente inutile ed assurdo, dal momento che se la ruota non tocca la strada significa che stiamo precipitando nel vuoto e non è che io possa fare qualcosa per controllare la situazione). Stiamo parlando di una strada a doppio senso, senza nessun cartello o segnale che indichi le precedenze (l’unico modo per evitare incidenti è suonare il clacson prima di ogni curva). Ogni tanto si vedono delle croci piantate nel terreno (la signora ci ha mentito spudoratamente!)  e dei cartelli che avvisano “Attenzione! Pericolo di frane”. In alcuni punti, delle correnti d’acqua scendono dalla montagna verso l’abisso, formando delle piccole cascate, l’autista non sembra rallentare, infatti ci passiamo attraverso come niente fosse. Quando ad un certo punto, in lontananza davanti a noi, vediamo un ponte di legno, senza nessun tipo di protezione ai lati e all’apparenza molto fragile, tutti pensiamo la stessa cosa: “quel ponte non riuscirà mai a sostenere il peso del nostro pulmino”. Eppure, mentre ci avviciniamo sempre di più, ci rendiamo conto che quel ponte improvvisato sembra essere l’unico modo per oltrepassare il torrente che scorre nell’abisso davanti a noi. Nei pochi secondi che ci separano dal ponte, nella mia mente c’è un solo pensiero: “se sopravvivo oggi, dovrò fare la stessa strada domani per tornare… quante probabilità ho che mi vada bene per due volte di seguito?” Ora quei 300 dollari per il biglietto del treno, non mi sembrano poi così tanti

 Sull’orlo del precipizio. Video

Finalmente arriviamo alla stazione di Hidroelectrica. Qui la strada finisce sul serio. L’autista ci fa scendere e ci dice che l’unico modo per raggiungere Aguas Calientes, l’ultima tappa, è proseguire camminando attraverso la foresta, non possiamo perderci, basta seguire le rotaie del treno per 10 chilometri! In un’altro momento mi sarei spaventata, ma ora, con le gambe che mi tremano ancora e lo stomaco in subbuglio, sono più che felice di proseguire a piedi! Fortunatamente la strada è sempre in piano, si attraversano ruscelli e la vegetazione crea dei paesaggi incredibili. Due ore e mezzo più tardi arriviamo finalmente al villaggio di Aguas Calientes, siamo alle pendici del Machu Picchu.

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